Di Peppe Dell’Acqua
Le bandiere che accompagneranno Marco Cavallo nel suo nuovo viaggio verso i Centri per il Rimpatrio (CPR) non sono semplici pezzi di stoffa: sono brandelli di storie, di vite, di mani che hanno cucito insieme frammenti per trasformarli in un segno di presenza e di resistenza. Nascono da tessuti di scarto, recuperati da sartorie, mercati, vecchi guardaroba e fondi di magazzino. Ogni pezzo, per quanto piccolo o stropicciato, ha trovato il suo posto in un mosaico di colori e forme, diventando simbolo di dignità e creatività anche nelle condizioni più dure.
Usare tessuti di scarto non è solo una scelta estetica o ecologica. È un atto politico e poetico. Significa dare valore a ciò che è considerato inutile, rifiutato, messo da parte — esattamente come accade alle persone rinchiuse nei CPR, spesso invisibili ai nostri occhi. Ogni cucitura è un legame, un incontro tra materiali diversi, come le vite che si intrecciano in un luogo di detenzione, di. Violenza e di soprusi tra lingue, culture e destini differenti.
Le bandiere, una volta finite, non saranno perfette: avranno bordi irregolari, cuciture visibili, trame che raccontano il loro passato. Ma è proprio in questa imperfezione la loro forza. Non parlano il linguaggio levigato delle celebrazioni ufficiali, ma quello diretto ( e doloroso) di una umanità che resiste. Sventoleranno accanto a Marco Cavallo, il grande cavallo azzurro nato negli anni ’70 come segno di una libertà faticosamente riconquistata dagli internati imprigionati nei manicomi, e oggi tornato a percorrere strade e confini per chiedere la chiusura dei CPR.
Il viaggio di Marco Cavallo e delle bandiere non sarà silenzioso. Ogni tappa sarà un incontro, una performance, un momento di ascolto e racconto. Le bandiere accompagneranno le parole, le musiche, i corpi in movimento, diventando scenografia viva di un’azione collettiva. Il loro colore contrastante con il grigio dei muri e delle grate dei CPR dirà senza bisogno di spiegazioni: qui fuori c’è qualcuno che guarda, che non dimentica, che reclama un’altra idea di giustizia e di convivenza.
L’uso dei tessuti di scarto porta con sé anche un’eco antica: da sempre, nelle comunità popolari, e oggi nelle sartorie sociali, il recupero e la trasformazione dei materiali erano pratiche quotidiane, gesti di cura e di ingegno. Oggi, in questo contesto, diventano anche memoria di una manualità condivisa, di un sapere collettivo che si oppone alla logica dello spreco e della distruzione. Ogni brandello di stoffa racconta un “prima”: una tovaglia di famiglia, un abito da lavoro, una camicia usata in una festa, un telo rimasto invenduto.
Quando queste bandiere entreranno in scena accanto a Marco Cavallo saranno voci mute. Diranno che nulla e nessuno è davvero scarto. Che ogni frammento ha diritto di essere visto, riconosciuto, rispettato. Che le persone rinchiuse nei CPR non sono numeri, oggetti, povere cose da collocare altrove, ma vite piene di storie, sogni, desideri.


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