di Peppe Dell’Acqua (2018)
Marco Cavallo racconta al sindaco di Gorizia il suo viaggio nel mondo di fuori per incontrare gli internati
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(a Gorizia, dove tutto era nato, Marco Cavallo non era mai riuscito ad andarci. Basaglia fu mandato via e da allora amministrazioni e psichiatrie rancorose hanno cercato di cancellare la memoria. E così anche Marco Cavallo ha dovuto aspettare.)
che dirvi, beh che sono contento di essere qua a Gorizia in questo posto glorioso, che ho sempre immaginato, e desiderato conoscere. Il posto delle nostre radici. Questo è il vostro Tribunale, vero? Eh.. quanti ne ho visti in giro! Dal tribunale si passa per andare nei manicomi criminali, si tutti devono passare da qui per ricevere il timbro di pazzi pericolosi….
A novembre dell’anno scorso ho fatto un viaggio lunghissimo, 4000 chilometri. Pensavo di non farcela. Sono anche vecchio ormai, 41 anni, tantissimi per un cavallo. Gli zoccoli si sono consumati e Roberto il mio amico più caro che sempre mi accompagna ha dovuto rifarmeli per farmi venire qui…. Sono entrato in tutti i manicomi criminali d’Italia. Sapete cosa sono? Sapete cosa sono i manicomi criminali? Oh pardon! gli OSPEDALI PSICHIATRICI GIUDIZIARI?
…. Luoghi orrendi sono! Ma se non vi racconto quello che ho visto con questi miei occhi, non lo capirete mai..
1.
Martedì 12 novembre, il giorno della partenza. Ero atteso in piazza Unità. La piazza era impraticabile. Raffiche fino a 159 chilometri orari. Venendo giù la bora non ha perdonato, mi sono ferito. Alle centinaia di amici, cittadini, scolaresche e autorità triestine in una piazza più riparata mi sono presentato senza testa. “Il cavallo ha perso la testa, il cavallo è senza testa, il cavallo sta fuori di testa”. Che bell’inizio, ho detto! E siamo partiti
2.
Era ormai un anno che pensavamo a questo viaggio.
Avevo gioito per la denuncia della Commissione Marino e poi la cocente delusione della legge svuota carceri.
Non potevo accettare che al posto dei sei ospedali psichiatrici giudiziari (Opg) se ne costruissero più di venti, più piccoli, più puliti. Com’era possibile che una lezione così chiara, che ci accompagna da 50 anni, venisse dimenticata. Ho imparato da quell’incredibile novembre del 1961 quando Franco Basaglia entrò per la prima volta nell’Ospedale Psichiatrico di Gorizia, ho imparato che dietro le mura non possono che nascere mostri! Bisognava impedire l’apertura di questi piccoli manicomi.
3
Il Presidente Giorgio Napolitano aveva saputo della condizione degli internati e aveva pianto e mi aveva chiamato. Ci conosciamo da molto tempo. Nel discorso al paese del 31 Dicembre 2012 inaspettatamente aveva parlato di me, degli Opg, aveva pronunciato parole dolorose: “luoghi orrendi non degni di un paese appena civile” e tre giorni prima 1
della partenza un’ emozionante lettera e la pesantissima medaglia di bronzo che accompagnerà il mio viaggio. La lettera del Presidente è un ordine, un sigillo, un mandato, una missione: ormai non è più possibile rinunciare! Partiremo!
4.
Siamo partiti. Prima tappa a Torino, poi Genova, dove ho incontrato migliaia di studenti e i bambini di una 2a elementare che non smettevano di farmi domande. Mi chiedevano perché azzurro. Uno dice “perché ti hanno pitturato”, un altro, mi fa ridere “ma non è un cavallo vero, è di plastica”, un altro ancora “è questa plastica che è azzurra”. “i cavalli sono bianchi, neri, o marrone, mica azzurri” ha detto giudiziosamente un bambino ricciolino. Alla fine, Matteo mette d’accordo tutti: “Ma no, forse era bianco; è caduto nel mare ed è diventato azzurro per sempre!” Avrei voluto mettermelo in groppa e farlo volare con me tanta era la gioia!
5.
Poi di corsa a Livorno dove mi aspetta la nave che mi porterà a Palermo. La sera stessa dell’arrivo a Barcellona Pozzo di Gotto È notte fonda quando busso al portone dell’indirizzo che finalmente abbiamo trovato. Mi apre un ragazzo, alto, grosso, con un faccione simpatico: “Stiamo aspettando il Cavallo… ma sei tu Marco Cavallo?!” Saprò dopo che Stefano aveva fatto quel che aveva fatto e dormirò nel garage accanto a Otello che anche lui aveva fatto quel che aveva fatto e insisteva per raccontarmelo.
6.
(nei corsivi assume un tono accorato, da sapiente, come se parlasse come fosse tutti noi e non più il cavallo)
Ci ritroviamo all’indomani nel campo sportivo del manicomio giudiziario. Sarà così per tutto il viaggio.
Le porte d’ingresso in OPG sono davvero infinite e a pensarci bene tutte insensate. Le vie d’uscita sono sempre misteriose, contorte, in salita. L’indeterminatezza, l’ignoranza, il senso di smarrimento che le persone da qui in avanti a ogni nostra visita mi racconteranno sono il denominatore comune del dramma di tutti. La condizione di disinformazione, di sospensione, di estrema incertezza cui sono costretti gli internati congiura a rendere ancora più dif icile e penoso l’abitare questi luoghi.
Come m’incazzo a sentire queste storie….
Non sapere quando la pena avrà termine rende ogni cosa provvisoria.
Mi sono avvicinato alle finestre delle celle…..
L’organizzazione dello spazio, in molte celle, denuncia questo stato di provvisorietà. Solo alcuni internati cercano di costruire qualcosa di personale intorno al letto e al comodino, nel tentativo di circoscrivere, con un confine fittizio, uno spazio privato dove potersi ritirare al riparo dagli sguardi e dall’invasione della presenza altrui. Foto di familiari appiccicate alle pareti, pagine di riviste con cantanti, calciatori o belle ragazze nude. Anche la cura del letto, un asciugamano, un copriletto colorato, denuncia quest’attenzione.
Vedere queste cose, la gentilezza che immagino, la nostalgia… mi commuove…mi intristisce….
2
Per i più, la provvisorietà si coglie in tutta la sua pervasiva intensità: i sacchi neri della spazzatura con i vestiti, le valigie non disfatte, nulla di personale. Come se pensassero che tanto, domani, si va via. Molte celle restituiscono l’immagine di una sala d’aspetto di una stazione. Per molti il “vado via domani” dura da anni e anni.
Con Basaglia mi incontravo (qui con tono fiero, orgoglioso) spesso a San Giovanni e una volta, parlando di Savarin che aveva fatto quello che aveva fatto mi disse : “ vedi Marco Cavallo, il reo folle…vedi il matto che commette un reato, il reo folle, hai capito.., non viene inviato in carcere perché non può comprendere ciò che significa pena e rieducazione. Viene allora inviato in manicomio giudiziario, dove sotto forma di cura espia in realtà una pena che capisce ancora meno”.
Quelli che possono escono in permesso e camminano in corteo dietro di me, e in tanti con la musica di una fisarmonica e un tamburello raggiungiamo la piazza del comune di Barcellona. Maria Teresa Collìca, una giovane, bella e gentile indossa la fascia tricolore. È la sindaca. Con parole preziose e precise mi accoglie e condivide le ragioni del viaggio. Alla fine del suo discorso non riesce a nascondere la sua commozione. E allora si toglie la fascia e me la mette intorno al collo. “Dichiaro Marco Cavallo cittadino onorario di Barcellona Pozzo di Gotto!”
7
Per entrare ad Aversa mi tengono chiuso tra due portoni blindati. Ho quasi avuto paura… fanno aspettare per due ore tutta la squadra e 250 studenti. La visita insegna molto a tutti: l’assurdità dell’ordinamento carcerario, la negazione di ogni rapporto, l’isolamento. Quanto abbiamo visto, meglio di ogni parola, rafforza le buone ragioni del mio viaggio.
8
A Secondigliano la freddezza e le geometrie del cemento armato mettono i brividi. Anche qui lista, documenti, cellulari. Anche qui muri, doppi portoni blindati, guardiole. Come in tutti i luoghi che vedremo, gli spazi, le prospettive, gli angoli segnano più degli uomini e delle parole la finalità propria dell’istituto. Chi è costretto a vivere nell’Opg deve confrontarsi quotidianamente con queste immagini. L’immutabilità dell’esperienza dello spazio costringe gli internati a difficili
esercizi di riduzione di sé, di sottomissione all’istituzione in un tentativo di sopravvivenza per salvaguardare al proprio interno almeno un brandello della propria dimensione umana. Costretti in questi luoghi, gli internati ridimensionano il loro sentire, introiettano le regole dell’istituto, interrompono il loro dialogo col tempo. Diventano, loro malgrado, ciò che noi conteniamo nella categoria del malato pericoloso.
Nel salutarci uno degli internati, Giuseppe, con una cicatrice sul volto che testimonia chissà quale tragica esperienza mi accarezza e mi dice: “Un cavallo deve andare per i prati e deve essere libero, allora sì che è un cavallo. I cavalli legati alle carrette finiscono di essere cavalli”.
9
A Palazzo Madama a Roma nella piazza delle Cinque Lune l’incontro con il Presidente Grasso. Il Presidente è stupito non poteva credere che la storia che vado raccontando esiste davvero.
3
Poi ci sorprende quando dice che non avrebbe mai immaginato di desiderare di essere l’imperatore Caligola che nominava dignitari e senatori i cavalli che tanto amava. Mi avrebbe nominato senatore detto fatto e la legge sarebbe giunta a termine con una velocità equina.
10
Quando arriviamo a Reggio Emilia piove e fa molto freddo. Nel viaggio la grandine quasi mi ferisce….mi ha molto infreddolito…stasera che arrivo a Milano devo dormire con la coperta di lana..
Qui nella sala delle riunioni gli internati leggono le loro testimonianze, uomini con storie diverse e drammatiche, spesso drammatiche solo per l’incomprensibile internamento, giungono ad abitare e condividere quei piccoli spazi delle celle. Uomini che non si conoscono, costretti gli uni accanto agli altri. Ognuno suppone dell’altro la pericolosità e ne teme imprevedibili gesti e rischiosi comportamenti. Riuscire a sopportare una così inimmaginabile vicinanza dell’altro sconosciuto e reso ormai inconoscibile dallo sguardo e dalla parola della psichiatria, e del quale si ha timore, è una prova di dimensioni che a noi non è dato di intendere. I più finiscono per costruire un muro di resistenza intorno al proprio corpo e ai propri pensieri.
11
A Castiglione delle Stiviere, ultima tappa del viaggio, inaspettatamente nel bar dell’Istituto un po’ alla volta gli internati si siedono attorno a noi. Un’assemblea, una vera e propria assemblea come quella che mi raccontavano di Gorizia. Più voci si confrontano, più questioni che sembrano irresolubili si accavallano. Non so come ma a un certo punto ho iniziato a parlare: “Non sarebbe tutto più semplice se riconoscessero che ognuno di voi è responsabile, che un uomo è tale solo se gli si attribuisce la responsabilità? Che sarebbe molto meglio se lo Stato si preoccupasse di voi come cittadini per quello che avete fatto e non per quello che si dice che siete? Non per la malattia
che vi appiccicano addosso. Insomma chiunque di noi, anche se malato, è una persona. E se è una persona, vuol dire che ha una responsabilità per tutto quello che fa: un capolavoro artistico, una spaghettata, una malagrazia, un gesto gentile. Ma anche un crimine, ancorché efferato e di allarme sociale. Così ogni imputato anche se schizofrenico, psicopatico, maniaco, matto, pazzo ha, come tutti, il diritto di essere giudicato da un tribunale e, in caso di condanna, di espiare la pena”.
12
Una legge per la chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari è in discussione a Montecitorio. Sembra si possa finalmente completare quel lunghissimo percorso di cambiamento che 36 anni fa era cominciato con la legge 180. Oggi di nuovo i parlamentari rispondono alla stessa domanda: “ma gli internati, ‘i pazzi criminali’, le persone con disturbo mentale che hanno commesso un reato sono cittadini? Valgono per questi cittadini i diritti della Costituzione?” Ancora no purtroppo. Anche se i
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Marco Cavallo racconta al sindaco di Gorizia il suo viaggio nel mondo di fuori per incontrare gli internati
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(a Gorizia, dove tutto era nato, Marco Cavallo non era mai riuscito ad andarci. Basaglia fu mandato via e da allora amministrazioni e psichiatrie rancorose hanno cercato di cancellare la memoria. E così anche Marco Cavallo ha dovuto aspettare.)
che dirvi, beh che sono contento di essere qua a Gorizia in questo posto glorioso, che ho sempre immaginato, e desiderato conoscere. Il posto delle nostre radici. Questo è il vostro Tribunale, vero? Eh.. quanti ne ho visti in giro! Dal tribunale si passa per andare nei manicomi criminali, si tutti devono passare da qui per ricevere il timbro di pazzi pericolosi….
A novembre dell’anno scorso ho fatto un viaggio lunghissimo, 4000 chilometri. Pensavo di non farcela. Sono anche vecchio ormai, 41 anni, tantissimi per un cavallo. Gli zoccoli si sono consumati e Roberto il mio amico più caro che sempre mi accompagna ha dovuto rifarmeli per farmi venire qui…. Sono entrato in tutti i manicomi criminali d’Italia. Sapete cosa sono? Sapete cosa sono i manicomi criminali? Oh pardon! gli OSPEDALI PSICHIATRICI GIUDIZIARI?
…. Luoghi orrendi sono! Ma se non vi racconto quello che ho visto con questi miei occhi, non lo capirete mai..
1.
Martedì 12 novembre, il giorno della partenza. Ero atteso in piazza Unità. La piazza era impraticabile. Raffiche fino a 159 chilometri orari. Venendo giù la bora non ha perdonato, mi sono ferito. Alle centinaia di amici, cittadini, scolaresche e autorità triestine in una piazza più riparata mi sono presentato senza testa. “Il cavallo ha perso la testa, il cavallo è senza testa, il cavallo sta fuori di testa”. Che bell’inizio, ho detto! E siamo partiti
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Era ormai un anno che pensavamo a questo viaggio.
Avevo gioito per la denuncia della Commissione Marino e poi la cocente delusione della legge svuota carceri.
Non potevo accettare che al posto dei sei ospedali psichiatrici giudiziari (Opg) se ne costruissero più di venti, più piccoli, più puliti. Com’era possibile che una lezione così chiara, che ci accompagna da 50 anni, venisse dimenticata. Ho imparato da quell’incredibile novembre del 1961 quando Franco Basaglia entrò per la prima volta nell’Ospedale Psichiatrico di Gorizia, ho imparato che dietro le mura non possono che nascere mostri! Bisognava impedire l’apertura di questi piccoli manicomi.
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Il Presidente Giorgio Napolitano aveva saputo della condizione degli internati e aveva pianto e mi aveva chiamato. Ci conosciamo da molto tempo. Nel discorso al paese del 31 Dicembre 2012 inaspettatamente aveva parlato di me, degli Opg, aveva pronunciato parole dolorose: “luoghi orrendi non degni di un paese appena civile” e tre giorni prima
della partenza un’ emozionante lettera e la pesantissima medaglia di bronzo che accompagnerà il mio viaggio. La lettera del Presidente è un ordine, un sigillo, un mandato, una missione: ormai non è più possibile rinunciare! Partiremo!
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Siamo partiti. Prima tappa a Torino, poi Genova, dove ho incontrato migliaia di studenti e i bambini di una 2a elementare che non smettevano di farmi domande. Mi chiedevano perché azzurro. Uno dice “perché ti hanno pitturato”, un altro, mi fa ridere “ma non è un cavallo vero, è di plastica”, un altro ancora “è questa plastica che è azzurra”. “i cavalli sono bianchi, neri, o marrone, mica azzurri” ha detto giudiziosamente un bambino ricciolino. Alla fine, Matteo mette d’accordo tutti: “Ma no, forse era bianco; è caduto nel mare ed è diventato azzurro per sempre!” Avrei voluto mettermelo in groppa e farlo volare con me tanta era la gioia!
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Poi di corsa a Livorno dove mi aspetta la nave che mi porterà a Palermo. La sera stessa dell’arrivo a Barcellona Pozzo di Gotto È notte fonda quando busso al portone dell’indirizzo che finalmente abbiamo trovato. Mi apre un ragazzo, alto, grosso, con un faccione simpatico: “Stiamo aspettando il Cavallo… ma sei tu Marco Cavallo?!” Saprò dopo che Stefano aveva fatto quel che aveva fatto e dormirò nel garage accanto a Otello che anche lui aveva fatto quel che aveva fatto e insisteva per raccontarmelo.
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(nei corsivi assume un tono accorato, da sapiente, come se parlasse come fosse tutti noi e non più il cavallo)
Ci ritroviamo all’indomani nel campo sportivo del manicomio giudiziario. Sarà così per tutto il viaggio.
Le porte d’ingresso in OPG sono davvero infinite e a pensarci bene tutte insensate. Le vie d’uscita sono sempre misteriose, contorte, in salita. L’indeterminatezza, l’ignoranza, il senso di smarrimento che le persone da qui in avanti a ogni nostra visita mi racconteranno sono il denominatore comune del dramma di tutti. La condizione di disinformazione, di sospensione, di estrema incertezza cui sono costretti gli internati congiura a rendere ancora più dif icile e penoso l’abitare questi luoghi.
Come m’incazzo a sentire queste storie….
Non sapere quando la pena avrà termine rende ogni cosa provvisoria.
Mi sono avvicinato alle finestre delle celle…..
L’organizzazione dello spazio, in molte celle, denuncia questo stato di provvisorietà. Solo alcuni internati cercano di costruire qualcosa di personale intorno al letto e al comodino, nel tentativo di circoscrivere, con un confine fittizio, uno spazio privato dove potersi ritirare al riparo dagli sguardi e dall’invasione della presenza altrui. Foto di familiari appiccicate alle pareti, pagine di riviste con cantanti, calciatori o belle ragazze nude. Anche la cura del letto, un asciugamano, un copriletto colorato, denuncia quest’attenzione.
Vedere queste cose, la gentilezza che immagino, la nostalgia… mi commuove…mi intristisce….
Per i più, la provvisorietà si coglie in tutta la sua pervasiva intensità: i sacchi neri della spazzatura con i vestiti, le valigie non disfatte, nulla di personale. Come se pensassero che tanto, domani, si va via. Molte celle restituiscono l’immagine di una sala d’aspetto di una stazione. Per molti il “vado via domani” dura da anni e anni.
Con Basaglia mi incontravo (qui con tono fiero, orgoglioso) spesso a San Giovanni e una volta, parlando di Savarin che aveva fatto quello che aveva fatto mi disse : “ vedi Marco Cavallo, il reo folle…vedi il matto che commette un reato, il reo folle, hai capito.., non viene inviato in carcere perché non può comprendere ciò che significa pena e rieducazione. Viene allora inviato in manicomio giudiziario, dove sotto forma di cura espia in realtà una pena che capisce ancora meno”.
Quelli che possono escono in permesso e camminano in corteo dietro di me, e in tanti con la musica di una fisarmonica e un tamburello raggiungiamo la piazza del comune di Barcellona. Maria Teresa Collìca, una giovane, bella e gentile indossa la fascia tricolore. È la sindaca. Con parole preziose e precise mi accoglie e condivide le ragioni del viaggio. Alla fine del suo discorso non riesce a nascondere la sua commozione. E allora si toglie la fascia e me la mette intorno al collo. “Dichiaro Marco Cavallo cittadino onorario di Barcellona Pozzo di Gotto!”
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Per entrare ad Aversa mi tengono chiuso tra due portoni blindati. Ho quasi avuto paura… fanno aspettare per due ore tutta la squadra e 250 studenti. La visita insegna molto a tutti: l’assurdità dell’ordinamento carcerario, la negazione di ogni rapporto, l’isolamento. Quanto abbiamo visto, meglio di ogni parola, rafforza le buone ragioni del mio viaggio.
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A Secondigliano la freddezza e le geometrie del cemento armato mettono i brividi. Anche qui lista, documenti, cellulari. Anche qui muri, doppi portoni blindati, guardiole. Come in tutti i luoghi che vedremo, gli spazi, le prospettive, gli angoli segnano più degli uomini e delle parole la finalità propria dell’istituto. Chi è costretto a vivere nell’Opg deve confrontarsi quotidianamente con queste immagini. L’immutabilità dell’esperienza dello spazio costringe gli internati a difficili
esercizi di riduzione di sé, di sottomissione all’istituzione in un tentativo di sopravvivenza per salvaguardare al proprio interno almeno un brandello della propria dimensione umana. Costretti in questi luoghi, gli internati ridimensionano il loro sentire, introiettano le regole dell’istituto, interrompono il loro dialogo col tempo. Diventano, loro malgrado, ciò che noi conteniamo nella categoria del malato pericoloso.
Nel salutarci uno degli internati, Giuseppe, con una cicatrice sul volto che testimonia chissà quale tragica esperienza mi accarezza e mi dice: “Un cavallo deve andare per i prati e deve essere libero, allora sì che è un cavallo. I cavalli legati alle carrette finiscono di essere cavalli”.
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A Palazzo Madama a Roma nella piazza delle Cinque Lune l’incontro con il Presidente Grasso. Il Presidente è stupito non poteva credere che la storia che vado raccontando esiste davvero.
Poi ci sorprende quando dice che non avrebbe mai immaginato di desiderare di essere l’imperatore Caligola che nominava dignitari e senatori i cavalli che tanto amava. Mi avrebbe nominato senatore detto fatto e la legge sarebbe giunta a termine con una velocità equina.
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Quando arriviamo a Reggio Emilia piove e fa molto freddo. Nel viaggio la grandine quasi mi ferisce….mi ha molto infreddolito…stasera che arrivo a Milano devo dormire con la coperta di lana..
Qui nella sala delle riunioni gli internati leggono le loro testimonianze, uomini con storie diverse e drammatiche, spesso drammatiche solo per l’incomprensibile internamento, giungono ad abitare e condividere quei piccoli spazi delle celle. Uomini che non si conoscono, costretti gli uni accanto agli altri. Ognuno suppone dell’altro la pericolosità e ne teme imprevedibili gesti e rischiosi comportamenti. Riuscire a sopportare una così inimmaginabile vicinanza dell’altro sconosciuto e reso ormai inconoscibile dallo sguardo e dalla parola della psichiatria, e del quale si ha timore, è una prova di dimensioni che a noi non è dato di intendere. I più finiscono per costruire un muro di resistenza intorno al proprio corpo e ai propri pensieri.
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A Castiglione delle Stiviere, ultima tappa del viaggio, inaspettatamente nel bar dell’Istituto un po’ alla volta gli internati si siedono attorno a noi. Un’assemblea, una vera e propria assemblea come quella che mi raccontavano di Gorizia. Più voci si confrontano, più questioni che sembrano irresolubili si accavallano. Non so come ma a un certo punto ho iniziato a parlare: “Non sarebbe tutto più semplice se riconoscessero che ognuno di voi è responsabile, che un uomo è tale solo se gli si attribuisce la responsabilità? Che sarebbe molto meglio se lo Stato si preoccupasse di voi come cittadini per quello che avete fatto e non per quello che si dice che siete? Non per la malattia
che vi appiccicano addosso. Insomma chiunque di noi, anche se malato, è una persona. E se è una persona, vuol dire che ha una responsabilità per tutto quello che fa: un capolavoro artistico, una spaghettata, una malagrazia, un gesto gentile. Ma anche un crimine, ancorché efferato e di allarme sociale. Così ogni imputato anche se schizofrenico, psicopatico, maniaco, matto, pazzo ha, come tutti, il diritto di essere giudicato da un tribunale e, in caso di condanna, di espiare la pena”.
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Una legge per la chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari è in discussione a Montecitorio. Sembra si possa finalmente completare quel lunghissimo percorso di cambiamento che 36 anni fa era cominciato con la legge 180. Oggi di nuovo i parlamentari rispondono alla stessa domanda: “ma gli internati, ‘i pazzi criminali’, le persone con disturbo mentale che hanno commesso un reato sono cittadini? Valgono per questi cittadini i diritti della Costituzione?” Ancora no purtroppo. Anche se i parlamentari stanno cercando di rispondere con un timido sì, continuano a restare fuori dal contratto sociale e dai diritti. Questa legge che vuole chiudere gli Opg per il 31 marzo 2015 comincia ad aprire spiragli. Malgrado tutto, gli internati stanno diventando cittadini. Il punto cruciale è soltanto questo. Malgrado, come sempre mi è capitato di sentire, un’accesa e a tratti poco comprensibile opposizione di psichiatri bravi e bravissimi. Malgrado le osservazioni colte e ben studiate di accademici e ricercatori. Chiudere gli ospedali psichiatrici giudiziari è un ulteriore passo di civiltà, di sviluppo della salute comunitaria e gli psichiatri e le psichiatrie devono esser capaci di far un passo indietro con le loro tecniche e le loro diagnosi, con le loro classificazioni e i loro certi trattamenti, e dire quel che è prezioso che dicano. Ma se di questo non sono convinti psichiatri e magistrati è bene che tacciano.
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