“Vediamo cosa sapete fare in un manicomio come quello che si sta aprendo a Trieste” aveva detto a Giuliano Scabia, qualche settimana prima a Venezia, provocando alla sua maniera. Sono arrivati così più per accettare la sfida che per fare chi sa cosa. Pensano di costruire una grande casa di cartone, una scena, una provocazione per entrare nelle cose, conoscere e farsi conoscere. Arrivano al reparto Q dove da un po’ era attivo il laboratorio “Arcobaleno”. Parlano con Ugo Guarino. Intanto Angelina Vitez, una donna calabrese emigrata a New York, sposata a un triestino, tornata in patria e ora ricoverata a Trieste, sta disegnando un cavallo. Con quattro linee divide il corpo del cavallo in sei scomparti e in ognuno disegna una cosa: un vaso di fiori, un’oca, una pentola, una casa, un albero e un Pinocchio.

È nato Marco Cavallo.

Il reparto “P” vuoto diventa un laboratorio e per due mesi accoglie centinaia di ricoverati. Tutti sono invitati a scrivere, disegnare, raccontare, partecipare. Si scrivono libri colorati su grandi fogli bianchi. Si raccolgono storie. Si rappresentano operine recitate e cantate. Dopo qualche giorno Vittorio, col primo legno che arriva in laboratorio, costruisce una pedana. È alta poco meno di venti centimetri. Bastano per mettere chi vi sale in una posizione diversa, elevata. Chi sale come per magia comincia a dire, a parlare, a recitare. Anche i più impacciati ci provano. Il laboratorio apre alle sette e chiude alle cinque, quando è ormai buio. La sera a cena, artisti e alcuni operatori fanno il punto. Vittorio disegna la sintesi della giornata. Il disegno diventa un volantino che il giorno dopo si stampa in off-set nella stamperia. A sera, prima della chiusura diventa consuetudine fare il giro di tutti i reparti distribuendo il volantino, ma anche portando i prodotti del laboratorio: le operine, le poesie, i racconti, la testa del cavallo che sta nascendo. Naturalmente si parla del cavallo Marco e di come procedono le iniziative per salvarlo. Si dà per certo che il dottor Tullio Cohen, farmacista dell’ospedale, un uomo ormai in età, taciturno e molto riservato, abbia comprato il cavallo e lo porterà in una fattoria in provincia di Udine.

Lo chiamavamo Brecht. Si chiamava Zoran Spangher. Era molto miope. Usava occhiali con una spessa montatura nera. Non si toglieva mai il basco blu scuro. La camicia bianca senza collo e la risicata giacchetta grigia, dotazione del manicomio, sembravano congiurare a produrre l’effetto Brecht. A Bertold Brecht era davvero somigliantissimo. E un po’ questa cosa gli piaceva. Poco più che trentenne, in manicomio viveva da oltre dieci anni. Senza famiglia. Si diceva fosse nato in un campo di concentramento dove i suoi genitori, carsolini di madre lingua slovena, erano stati rinchiusi per motivi politici. Dal campo sempre in istituti. Di rara intelligenza, aveva sempre ottenuto risultati eccellenti in campo scolastico. Il suo carattere sospettoso e la sua particolare visione del mondo, maturata nella freddezza dolorosa della vita negli istituti, non gli avevano permesso di tenere gli impieghi, che pure trovava, non lo avevano aiutato a costruire amicizie. Era un uomo solo. Zoran leggeva molto e appena trovava l’occasione ti invitava a discutere. Argomenti difficili e discussioni aspre che era impegnativo sostenere: dalla politica, alla filosofia, alla letteratura, ai fatti di cronaca. Si finiva sempre alla questione che lo incuriosiva di più e lo preoccupava: l’esperimento di apertura in corso. Odiava il manicomio e ambiguamente sentiva il bisogno della sua totale protezione. L’ipotesi, soltanto l’idea, che il manicomio potesse finire, francamente lo impauriva. Diceva che a San Giovanni c’erano “matti veri” e che era da incoscienti pensare che potessero vivere altrove. Pensava che soltanto pochi, solo quelli come lui, avrebbero potuto uscire, anzi non avrebbero mai dovuto essere stati rinchiusi. Quando arrivarono gli artisti divenne più sospettoso. Qualche volta si recava al laboratorio. Guardingo, circospetto, impacciato, non si fermava con nessuno, tanto meno accettava l’invito a partecipare. Rifiutava risentito e scappava via. Quell’esplosione di parole, di comunicazioni, di storie, di aperture, di allusioni alla libertà così affascinanti, prima di tutto, e poi alla casa, ai diritti, all’uguaglianza, all’amore, all’amicizia, lo disorientavano. Sconvolgevano le geometrie istituzionali, fredde ma sicure, che erano state bene o male la sua vita. Quando vide la maestosità del cavallo, e le bandiere, e la gente che arrivava numerosa, e i preparativi che occupavano tutti, quando sentì che mancavano meno di dieci giorni alla trionfale uscita, comprese che davvero il manicomio poteva sparire. La sua angoscia divenne incontenibile.

Lo chiamavamo Cucchi. Faceva Bertocchi di cognome. Il suo nome non lo ricordo o forse non l’ho mai saputo. Aveva poco più di quarant’anni, una bella età per un mongolino a quei tempi. Non era in grado di articolare correttamente le parole, anzi maneggiava bene solo poche tonalità di un suono gutturale, qualcosa come una sequenza di cu, ghu, go, gh, ghi che per lui servivano a tutto. La mimica molto particolare e una certa spregiudicatezza contribuivano ad arricchire le sue possibilità espressive. Così che quando gli domandavano il nome rispondeva pronto e orgoglioso: “Cuu… ghii”. Voleva dire Bertocchi naturalmente. Cucchi era nativo di Bertocchi, un piccolo villaggio della campagna intorno a Capodistria, era arrivato in manicomio subito dopo la guerra. I genitori contadini, in campo profughi e Cucchi a San Giovanni.

L’arrivo degli artisti lo aveva elettrizzato. Era il primo ogni mattina ad arrivare. Arrivava prima delle sette e aspettava. Disegnava su grandi fogli, con robuste pennellate, segni a forma di accenti, di virgole che si disponevano orizzontalmente in fila rigo per rigo. Anche il colore variava con ritmo e con armonia. Fu una scoperta meravigliosa quella sua scrittura. Giuliano diceva che erano partiture musicali e che si potevano anche cantare. Invitò tutti a farlo in coro, Cucchi in testa compiaciuto, altero, quasi superbo.

La mattina di lunedì, il cavallo sarebbe uscito la domenica successiva, Cucchi arrivò come al solito prima delle sette. Non c’era nessuno ma la porta era spalancata. Cucchi entrò. Tutto era sottosopra: i fogli strappati dai muri, le sagome delle operine buttate per aria, tavoli e sedie rovesciati. Solo il cavallo non era stato toccato. Scoppiò a piangere e impaurito scappò via. Corse a chiamare il suo amico infermiere Giordano Grimsich. Era troppo agitato, nemmeno il suo amico Giordano riusciva a capire. Cucchi lo afferrò risoluto per un braccio e lo trascinò al laboratorio. Presto arrivarono tutti.

Trovammo una lettera di Zoran Spangher. Lucida, puntigliosa, vendicativa.

Marco Cavallo è una macchina teatrale. I matti non lo hanno costruito materialmente, non lo hanno mai toccato. Mentre cresceva la sua struttura in legno, mentre prendeva forma la cartapesta, mentre si plasmava la testa, i matti hanno costruito, senza mai toccare il cavallo, ripeto, qualcosa di più duraturo, di più indefinito. Il colore azzurro. La pancia piena di desideri: dall’orologio di Tinta al porto con le navi della giovinezza di Ondina, dalle tante Marie all’immancabile fiasco de vin, dalla casa alle scarpe, al volo, al viaggio, alla corsa, all’amico, alla libertà.

La libertà. I muri del manicomio frantumati, la teoria infinita di matti che, dietro al cavallo, esce dalla breccia e si perde per le vie della città. Boris Kovac accompagna il corteo suonando la fisarmonica. I nemici, la lotta al nemico che vuole chiudere la breccia, ricacciare nel recinto, nell’ordine fermo e servo, chi finalmente comincia a camminare, a scoprire che ha le gambe. Marco Cavallo in testa, in prima fila.

Era l’ultima domenica di marzo pulita dalla bora quando Marco Cavallo tentò di uscire dal laboratorio. Era troppo grande, appesantito dal carico di bisogni e desideri che aveva nella pancia. Le porte erano strette, provò la porta del giardino, poi la veranda, pensando di saltare la ringhiera. Cercò di piegarsi, di mettersi di taglio, si abbassò, pancia a terra, si ferì. Niente. Restava chiuso dentro. Tutti erano lì a guardarlo: era quello il suo momento. Cominciò a correre nervoso per il lungo corridoio del vecchio reparto P trasformato in laboratorio, avanti e indietro, proprio come avevano fatto per anni i malati che lo avevano abitato. Giuliano cercò di calmarlo, dicendo che bisognava aspettare, che forse non era quello il momento, che bisognava avere pazienza. I malati cominciarono a pensare di avere solo sognato, secoli di grigio tornarono nelle loro teste, urla disumane assordarono le loro orecchie. Dino Tinta piangeva. Marco Cavallo, fremendo, testa bassa, cominciò una corsa furibonda, come impazzito, verso la porta principale e, senza più esitazione, oramai a gran carriera, aggredì quel pezzo di azzurro e di verde oltre la porta.

Saltarono i vetri e gli infissi. Caddero calcinacci e mattoni. Marco Cavallo arrestò la sua corsa nel prato, tra gli alberi, ferito e ansimante, confuso all’azzurro del cielo. Gli applausi, gli evviva, i pianti, la gioia guarirono in un baleno le sue ferite. Il muro, il primo muro era saltato.

La prima trionfale uscita in città. Il cavallo e il corteo dei matti, dei poveri cristi, assieme ai cittadini attraversa tutta la città, si ferma in piazza Unità d’Italia. Di fronte al municipio si tengono discorsi. Arriva sulla collina di San Giusto e invade festoso il piazzale del Duomo. Si ferma infine nella scuola elementare del rione di San Vito. Nel cortile della scuola si fa festa fino a sera. Poi, così come era destino, in giro per il mondo.

A tanti anni di distanza desideri, sogni, aspirazioni, si sono realizzati. Altri, vecchi e nuovi, non ancora. Tanti costruttori del cavallo non ci sono più, tanti sono tornati nei loro luoghi. La breccia si è allargata tanto da cancellare il manicomio stesso.

Sabato, prima della grande uscita, in manicomio una grande animazione accompagnava i preparativi; c’erano i giornalisti, gli studenti, la Rai Radiotelevisione Italiana e molti cittadini incuriositi con la voglia di partecipare. Tra gli altri, alcuni componenti il comitato di quartiere di San Vito con i quali avevamo in precedenza pensato e organizzato l’uscita. Il cavallo avrebbe concluso il suo viaggio nella scuola elementare “De Amicis”, nel rione di San Vito.

Gli operatori dell’ospedale psichiatrico, di fronte all’importanza e all’amplificazione che andava assumendo l’uscita, cominciavano a essere preoccupati per il possibile stravolgimento, l’ambiguità, la confusione che si sarebbe potuta creare tra la gente e l’uso che ne avrebbe fatto la stampa. La preoccupazione era che l’uscita festosa e il simbolo potessero nascondere agli occhi di tutti le difficoltà, le carenze, le miserie, la violenza, l’oppressione, che ancora erano presenti in manicomio e che anzi, con la progressiva apertura, venivano ancora più evidenziate.

Non si voleva che il corteo, volutamente allusivo, diventasse esibizione trionfale, vetrina, si diceva, di qualcosa che era ancora molto lontano e incerto.

Si voleva invece denunciare la miseria persistente della vita nei manicomi, l’assoluta mancanza di prospettive per chi avrebbe dovuto essere dimesso, l’impossibilità di andare a vivere fuori. Denunciare la totale mancanza di case, di soldi, di lavoro, di strutture territoriali. Gli infermieri volevano manifestare le loro disagiate condizioni di lavoro, sia sul piano retributivo che su quello normativo. La pesantezza di una legge che impediva una reale pratica di assistenza e di cura.

A mezzogiorno di sabato un’affollata assemblea al reparto accettazione uomini discusse animatamente questi temi. Conclusione: l’unica possibilità per porre in primo piano i problemi di tutti è impedire la festa. Questa risoluzione, di fronte all’attesa per la festa tradita, avrebbe costretto tutti, cittadini, giornalisti, direzione e soprattutto amministratori e politici ad aprire gli occhi. Avrebbe posto in primo piano la durezza della realtà che si stava affrontando. Per tutto il pomeriggio di sabato, in tutto l’ospedale, si susseguirono riunioni a piccoli e grandi gruppi, per capire, cercare soluzioni, compromessi, mediazioni.

In un primo momento gli artisti si sentirono aggrediti da questa risoluzione, si opposero dichiarando che l’uscita, la festa, si sarebbe fatta in ogni caso. A costo di uno scontro anche fisico. La direzione e alcuni medici si schierarono con gli artisti, preoccupati che un simile gesto potesse compromettere a livello politico e amministrativo la prosecuzione del progetto. Si correva il rischio di una grossa spaccatura di tutto il gruppo: medici, artisti, infermieri, degenti, amministratori.

È con questa preoccupazione, con questa tensione e in questo clima che si inizia nella scuola elementare, nella palestra già approntata per la festa, una riunione tra operatori, artisti e direttore. Dalle dieci della sera si va avanti discutendo, analizzando tutto il lavoro fino a quel momento svolto, con molto nervosismo e molta durezza. Più di una volta durante la notte la rottura del gruppo è cosa fatta. Alle quattro del mattino, ormai sfiniti, si arriva a una mediazione.

Il cavallo uscirà, tutti, gli artisti in prima fila, distribuiranno un volantino e spiegheranno le ragioni dell’agitazione, le condizioni di lavoro e di vita in manicomio. Prima di andare via si scrive il volantino, frutto dell’estenuante trattativa. Accompagnerà Marco Cavallo alla sua prima uscita.

Lungo il percorso del fantastico corteo alla domenica pomeriggio il volantino venne distribuito.

A proposito della festa di Marco Cavallo

La festa di oggi rappresenta per noi un momento di lotta iniziato da oltre un anno contro tutto ciò che il manicomio in Italia è e rappresenta. Marco Cavallo vuole essere simbolo di un processo di liberazione in atto per tutti quelli che soffrono della vita manicomiale.

In questo senso, coerentemente, dobbiamo sottolineare che, seppure questo processo di liberazione dell’ospedale psichiatrico provinciale di Trieste è avviato, coloro che vi lavorano sperimentano, giorno per giorno, nella loro attività pratica, sulla loro pelle e su quella dei malati la persistenza di problemi insuperati.

La realtà attuale dell’ospedale è:

1) che, malgrado il nostro impegno più intenso, le condizioni materiali di esistenza dei ricoverati sono ancora totalmente dominate dalla miseria e dalla mancanza degli oggetti più elementari (servizi igienici, vestiti, armadi, comodini, cibo decente);

2) che le condizioni di lavoro degli infermieri sono estremamente disagiate (48 ore settimanali, scarsità di personale, salari irrisori, turni faticosi e impossibili);

3) che manca qualsiasi prospettiva reale (lavoro, case, mezzi di sussistenza ecc.) per la maggior parte dei degenti così condannati a restare per sempre assistiti.

Ribadiamo quindi la complessità di problemi la cui soluzione non può essere demandata ai soli operatori, poiché essa investe la responsabilità degli amministratori, dei politici. Individuiamo coerentemente nello sciopero generale nazionale del 27 e nello sciopero generale provinciale del 28 una ulteriore occasione di lotta per sottolineare assieme ai lavoratori e alle forze sindacali l’esigenza di una trasformazione sociale senza la quale non può esservi trasformazione reale dell’istituzione psichiatrica. Ci impegniamo perciò ad una cosciente partecipazione a queste importanti scadenze di lotta.

Infermieri, medici e artisti dell’ospedale psichiatrico provinciale

Trieste, 25 febbraio 1973

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